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Tra Michelangelo e le meatballs

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L’altra sera, io e Dan siamo andati a cena al Dream Away, uno dei pochissimi ristoranti di Becket. Il Dream Away, però, è diverso da tutti gli altri. Negli anni Trenta era un casino. Sì, senza l’accento. Era in mano a Mama Frasca, una donna albanese che gestiva il tutto.  È una casa di legno molto bella: al piano di sotto ci sono due saloni e di sopra le camere. Poi, anni dopo, è stata trasformata in un ristorante senza però cambiare quasi nulla: sulla destra c’è la music room, dove i musicisti fanno i loro concerti in cambio di una cena, e a sinistra, oltre il bancone del bar, c’è una sala da pranzo. Tavoli uno diverso dall’altro, posate, piatti, tovaglie e sedie diverse: una scelta che rende perfettamente l’idea di un posto raffinato e allo stesso tempo un po’ hippie. Il Dream Away è frequentato soprattutto dai turisti cittadini di New York e Boston: è decisamente troppo caro per la maggior parte della popolazione beckettiana. È un po’ da fighetti radical chic, diciamocelo....

Fascisti compagni

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Ho ascoltato su Repubblica l’intervento di Alice De André sulla presenza di Matteo Salvini, in prima fila, al concerto annuale dedicato a suo nonno all’Agnata, quella che era casa sua. «Cosa capisce lui della musica di De André?», si chiede giustamente. E continua ricordando — ma come si può dimenticare? — che le idee dei due erano diverse anzi, che erano "diametralmente diverse è un eufemismo". Racconta che, a un certo punto, una ragazza del pubblico si è alzata per contestare la presenza del vicepremier e che lui si è sentito indignato per tante polemiche, che ha definito fuori luogo. «Una ragazza che contesta un politico a un concerto di De André non è fuori luogo. È forse una delle cose più coerenti che siano successe durante tutta la serata». Capisco perfettamente l’arrabbiatura di Alice. In una situazione ben diversa, ma con parecchi elementi in comune, è successo qualcosa di simile anche alla mia famiglia. Per la ricorrenza dei 45 ann...

Ciao, Francesco

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Gli occhiali lasciati sul libro.  La Settimana Enigmistica fresca fresca del giovedì lasciata sul tavolo della cucina.  Le scarpe vicino alla porta dall’ultima passeggiata.  Il pacchetto di sigarette quasi pieno, il portacenere e l’accendino poco più in là.  Il telecomando.  La camicia lasciata sulla sedia.  Lo spazzolino sul lavabo.  Sono queste piccole cose che restano, quando una persona vola via.  Oggetti quotidiani a cui non abbiamo mai dato peso che rimangono lì, a mezz’aria, cose che avevamo deciso di fare stasera, domani senza sapere che domani poi non viene.  Ricordo che quando morì mio padre, mia madre volle tenere il pacchetto di Merit nella tasca della giacca, quella che ho io appesa di sopra. Quando è morta lei, mi avevano fatto impressione la sua borsa e la sua giacca appese automaticamente al rientro, senza pensare che sarebbe stata l’ultima volta a essere usate.  E così immagino la casa di Francesco Gu...

Cosa vedete voi quando chiudete gli occhi?

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Sono a casa da sola, senza neanche il cane. Dan e Fiona sono tornati in campagna. Dopo tre settimane di punture di zanzare, orsi che rubano la pattumiera, zecche e un coniglio che vive nel nostro giardino e che ogni volta mi fa venire un colpo, ho deciso di rimanere a Cambridge. Ma è strano essere in questa casa da sola. Strano, non brutto. Mi piace ritrovare i miei spazi, le mie cose, i progetti iniziati e mai finiti, tipo l’organizzazione dei libri, alcuni dei quali sono ancora per terra. Poi mi piace la sera. Mangio quello che voglio, di solito pesce, verdura o pasta, cose che a Dan non piacciono molto, perché non sanguinano abbastanza. Poi guardo tutti i miei documentari su ragazze stuprate e lasciate sui cigli della strada e chi sarà stato? Oppure i comici stand up che mi fanno morire dal ridere. Sì, perché quando siamo in due, ho pochissimo accesso al telecomando e comunque si vede quello che sceglie Dan, baseball compreso. Poi, quando è tardi ed è l’ora dell’ultima sigaretta (ch...

Una sera come tante

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  “Va bene se guardo dieci minuti della partita?” Intende di baseball: i Red Sox contro i Mets, playing in New York, where the Red Sox fucked up and didn’t win the championship in 1986, mi ricorda Dan. “Magari se vuoi uscire a fumare, o a giocare al tuo solitario? Dieci minuti, giuro”. “Ma certo, non ti preoccupare!” Allora: ho fumato tre sigarette, vinto quattro volte al solitario difficilissimo che non viene mai e siamo ancora qui, nella stessa posizione, a guardare la stessa roba alla tv: Red Sox contro i Mets, a New York, dove i Red Sox hanno fucking perso il campionato, mi ricorda Dan. E sai cos’ho capito? Che il baseball è uno sport elegante, intelligente e il suo ritmo distende. I giocatori sono vestiti esattamente come nei dipinti di coso, Norman Rockwell, dai quello con il poliziotto e il ragazzino seduti a mangiare il gelato, presente? Vabbè, tipo gli anni Venti: pantaloni grigio chiaro abbastanza attillati e una finta cintura, (che uno dice, perché, è proprio necessa...

Martedì scorso

  Era martedì scorso che l’aereo da Chicago atterrava a Boston verso le dieci di sera. Tornavamo da quattro giorni bellissimi: eravamo andati a trovare Sofia e il suo compagno che ci avevano portato nei loro posti preferiti della città e ci avevano viziato.”È così bello andare a trovarla e vederla sempre felice, soddisfatta del suo lavoro e innamorata follemente”, ci siamo detti una volta arrivati a casa.  Quel martedì Dan era andato a letto presto perché il giorno dopo sarebbe andato in ufficio. Ci deve andare due o tre giorni la settimana, e siccome il venerdì dopo avevamo prenotato una vacanza a Puerto Rico, aveva deciso che mercoledì e giovedì sarebbero stati i giorni giusti per prendere la linea rossa e arrivare nel cuore di Boston, nel palazzo bellissimo in cui era il suo ufficio. Io, come sempre, ero stata alzata fino a tardi a guardare un documentario sull’America degli anni settanta. Per la prima volta in tantissimi anni eravamo felici di poter fare dei viaggi da sol...

IDEA e privilegi

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Malgrado sia il mio quarto libro, ogni volta mi stupisco del fatto che le parole che scrivo sul computer nel mio studiolo a Cambridge si trasformino poi in un oggetto, il libro, appunto. È un po’ come una magia, un ta-da! Che mi riempie di gioia, ma mi ricorda la responsabilità che mi prendo di raccontare la mia storia pensando a chi avrà voglia di leggerla. Sì, perché sulla neuro divergenza ci sono molte opinioni, dettate dalla propria esperienza personale e che non sempre possono essere spiegate in modo universale.  Il tema principale del mio nuovo libro, Il Volo Del Tacchino , è la decisione che io e la mia famiglia abbiamo preso di mandare Luca a vivere in una casa-famiglia. Negli incontri fatti finora nelle librerie, la domanda più comune è stata quella di altri genitori: "Ma come hai fatto?". Mi spiegano che in Italia non è facile: mancano soldi, strutture, supporto per persone neuro divergenti e per le loro famiglie. “Ma in America, dove non esiste la mutua, chi paga t...