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Showing posts from March, 2012

Electric beer

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--> “Let’s go”, mi dice dopo essersi infilata gli occhiali da sole rosa coi brillantini. Emma ieri ha messo due sedie una di fianco all’altra, ha preso tra i suoi giochi una torta finta che è rotonda tipo volante, si è messa la cintura di sicurezza (“ching, ching”). Guida lei. Io per una volta sono seduta al posto dei passeggeri. Ho in braccio le sue bambole, due, una sua figlia e una mia. Andavamo a lavorare, in un posto della sua fantasia che galoppa a una velocità astronomica. Ma poi cambia idea e propone un ristorante. Parcheggia, e poi sul suo letto apparecchia con i suoi piatti finti, i suoi bicchieri finti, le posate, prende un pezzo di carta su cui fa delle righe, che ancora non sa scrivere: il menù. Mi dice, tu sei la cameriera. Va bene, dico, dandole le bambole che lei prende per il collo. “Cosa desidera da bere?”, le chiedo ormai completamente nella parte. Per le bambine un bicchiere di latte, io una birra please. Scrivo su un block notes che mi ha dat...

Il dio americano

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La radio annuncia che il ventiquattro di marzo a Washington si sono radunati ventimila atei per far sentire la loro presenza e per affermare i loro diritti. Il commentatore racconta che, diversamente da dieci anni fa, quando la gran parte dei dimostranti era formata da ultra quarantenni bianchi, quest’anno la presenza di persone più giovani e neri sembra significare un successo da parte degli organizzatori, visto che la maggior parte della popolazione americana nera è statisticamente religiosa. Non è facile fare il “coming out” dell’ateismo: c’è chi perde il lavoro, gli amici, la casa in affitto. Qui chi non crede in Dio e lo dice apertamente viene stigmatizzato (per usare un verbo cristiano). Dice il commentatore della radio che gli Stati Uniti sono tra le poche nazioni al mondo dove è possibile fare una manifestazione del genere (dichiarazione a dir poco discutibile), e allo stesso momento ci ricorda della difficoltà di ammettere il proprio ateismo. Paese strano. No...

Malinconie da lunedì mattina

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Lunedì mattina è iniziata con una tosse malaticcia che se continua mi fiondo dalla dottoressa, che mi farà il solito culo americano antifumo che entra da una parte ed esce dall’altra. Poi però un bacio di Emma, che stamattina era particolarmente bella, e uno di Dan, assieme a un caffé di quelli buoni buoni e mi sento meglio. Se ne sono andati via tutti: Luca, Sofia e poi Emma e Dan, e me ne sono rimasta a casa da sola, a sorseggiare il caffé e a intrufolarmi nella vita facebook di gente che conosco solo in quella maniera lì. Guardo fuori ed è grigio. La settimana scorsa c’erano quasi trenta gradi, e adesso guarda che squallore. Ed eccola che arriva, come un vecchio cliché, proprio di lunedì mattina: fantasia zero. È la mia malinconia, che a volte mi assale senza preavviso e mi porta via dal mio corpo e mi fa volare nella mia mente a anni e anni fa, in luoghi diversi, situazioni diverse, colori e suoni e odori tutti diversi da qui. Mi ritrovo nel terrazzino della ...

Stanze di vita quotidiana

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Il divano nero di pelle è contro la parete con i mattoni a vista. Ormai è sgualcito: sono i quattro anni di Lola, il boxer rovina tutto che avevo implorato di prendere, perché io ai boxer ci ho sempre voluto bene. Si, ma poi ti rovinano il divano nero di pelle, quello che hai comprato sperando di averlo per decenni. E infatti la Lola è bella spaparanzata proprio sul divano di pelle nera, quello contro la parete con i mattoni a vista. Le barbie di Emma sono invece una di fianco all’altra, sedute come si sanno sedere le barbie: con le gambe larghe che si vedrebbero le mutande se le avessero. Elizete, la signora brasiliana che viene a fare le pulizie il martedì, le ha messe belle in ordine nell’angolino del sottoscala che Emma si è conquistata l’anno scorso. In quest'angolo ci abbiamo messo una piccola libreria, quadrata, dove ci tiene i suoi libri (quasi tutti sulle principesse), e i suoi giochi: uno della principessa sul pisello e un gioco dell’oca di Winnie the Pooh, c...

Cara, dei e Parmalat

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Lo so, ognuno di noi ha una storia legata a Lucio Dalla: è perché ci ha accompagnati, tutti noi, ci ha portati per mano, per tutta la nostra vita. Questa è la mia piccolissima storia. Mio padre aveva uno stereo portatile Sony. Io avevo tipo tredici anni, e mi sembrava impossibile che una cosa così piccola potesse essere tanto potente. Era grande come il litro di latte Parmalat, per intenderci, e aveva un microfono sull’angolo che faceva una elle (il microfono incorporato, di per sé, era già una roba mia vista), e dei tasti a lato lunghi e rettangolari: play, rec, robe così. Mio padre lo aveva comprato per motivi di lavoro, e teneva questo litro di latte nel suo comodino, nascosto. Aveva anche comprato una specie di preservativo di pelle nera, per proteggerlo. Lo teneva nascosto, appunto, da noi tre figlie adolescenti che per noi era come avere in casa la lampada di aladino, per dire. Mio padre aveva anche delle cassette, che ascoltavamo in macchina. Tra quelle, una ...