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Showing posts from January, 2012

Vada per Chopin

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Ecco, mi dico dopo aver finito il caffé: oggi scrivo. Basta trovare cosa scrivere e sono a posto. Manco fosse facile. Potrei scrivere dello strano pensiero che mi è venuto venerdí, quando io e Dan abbiamo deciso di non andare in campagna e passare invece un finesettimana qui, con gli amici. Ho pensato, chinandomi sul letto per farlo, che chissà, magari la decisione di stare qui cambia il nostro destino. Metti, per sfiga, che le stelle del firmamento responsabili della nostra storia avessero stabilito che andando a Becket avremmo fatto un incidente, o che ci sarebbe successo qualcosa. Ecco, rimanendo a casa abbiamo senza saperlo evitato qualcosa di brutto. Pensavo, mentre mettevo i cuscini al loro posto: ce ne sono tante di situazioni nella vita in cui si dice, se solo avessi fatto così, se solo non fossi andata…. Potrei continuare a scrivere, raccontando di quella teoria di cui Dan aveva sentito parlare tempo fa, che dice che ogni possibilità di ogni azione succede veramente...

Rane, rospi e fisica quantistica

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Come ogni venerdì sera invece di cucinare, Dan è tornato a casa con una pizza di Regina, il ristorante al di là del fiume che fa la pizza che più si avvicina a quelle mediocri italiane, e mentre lui e i ragazzi mangiavano, io sono andata al supermercato dietro casa a fare la spesa per il finesettimana, perché a Becket, nella nostra casetta nei boschi, non c’è niente. Al mio ritorno, mentre io addentavo la pizza ormai tiepidina, Dan e i ragazzi caricavano la macchina. Ci vogliono due orette per arrivare, e dopo cinque anni della solita routine, abbiamo capito che partire verso le sette e mezza vuol dire evitare infinite code nella tangenziale attorno a Boston, con Dan che smadonna e i bimbi che già chiedono quanto manca. Alle sette e mezza ormai sono quasi tutti a casa, e Emma, la nosra bimba di cinque anni, sente avvicinarsi la sua ora della nanna, che combatte fino alla fine, ma che il calduccio della macchina e le nostre chiacchierate aiutano a colpire e affondare. Ieri ...

Quell'un percento lì

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Le semplificazioni sono sempre riduttive, spesso incongruenti, non realiste. Eppure aiutano a rendere l’idea, soprattutto quando l’idea è difficile da spiegare. Per cui ecco le mie semplificazioni: credo che la vita sia un bel novantanove per cento routine, in cui si cerca di non annoiarsi e di andare avanti senza troppi impicci. La vita quotidiana, quella che ci aspettiamo di trovare la mattina a colazione.   Questo novantanove percento viene, a volte, disturbato dall’un percento. Io stasera semplifico l’un percento. Nell’un percento ci sono le emozioni forti, quelle che non si dimenticano. Quelle belle sono le prime volte: la prima volta che ci si innamora, la prima volta che si fa un figlio, la prima volta che si fa l’amore. Sono prime volte che poi quando si cerca di rivivere in qualche modo balordo deludono un po’. Deludono perché il bello di queste prime volte sta soltanto nel fatto che sono prime. La prima volta che ho fatto l’amore, per esempio. Dal punto di ...

Nette sensazioni

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A volte ho la netta sensazione di non essere da sola. Quando sono da sola mi metto le dita nel naso, se c’ho voglia, o ballo nuda con la ciccia che balla anche lei a tempo di musica. Faccio insomma cose che non farei neanche davanti a mia madre. Ecco, a volte, invece, no. Anzi, mi comporto come mi comporterei se quella persona fosse qui con me: parlo a voce alta, faccio robe che farei; mi imbarazzo se per caso inciampo o faccio cose che non farei. Non sono dei morti, non è che io senta la presenza di spiriti. A volte non sono neanche persone che conosco personalmente: potrebbe essere Barack Obama, Vinicio Capossela, e a volte è il mio professore di sociologia a Brooklyn College, un’amica, un ex fidanzato. Mia madre. Chiunque mi capita di sentire qui al momento. A volte stanno con me solo per un’oretta, poi vanno, e a volte stanno con me per una giornata intera, per una notte, per un weekend. Poi vanno via e mi mancano, e mi sento sola, mentre da sola mi scappero. A volte ho ...

un sogno piccolo

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Nord Italia. Una città, immagine in bianco e nero di Milano. Nella zona Est, un palazzo costruito nel dopoguerra, nel palazzo nove appartamenti. Nell’appartamento del quarto e ultimo piano una sala spaziosa, mobili di legno scuro, finestre grandi con le tende bianche, pavimento di marmo coperto in parte da tappeti sobri. Un camino, anche lui di marmo, due divani, una poltrona. All’angolo una televisione non troppo grande. Tanti libri. Un grande tavolo di legno antico, ovale, un pianoforte scordato, con sopra tante fotografie incorniciate con gusto. Poi, dietro l’angolo, una scrivania. Sulla scrivania alcune pipe, tanti fogli, qualche libro. Un pacchetto di Merit e un accendino Bic nero. Alla scrivania un uomo davanti a un computer. Ha la piazza, lo si vede entrando, ma i capelli che gli restano, ormai brizzolati, accennano a una lontana capigliatura scura e riccia, ma senza troppi vezzi. Le spalle larghe dentro un golf blu scuro, rigorosamente cachemere, regalo di ...