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Showing posts from November, 2011

Turkey Day

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Ironicamente, la festa del Ringraziamento nasce da un improbabile incontro tra gli Europei conquistatori e i nativi Americani. Pare che con l’arrivo dell’inverno, l’uomo bianco fosse affamato e che solo con l’aiuto dei nativi fosse riuscito a sopravvivere. Infatti, sempre secondo la leggenda, i nativi aiutarono i coloni a coltivare in modo efficiente e a allevare, tra altri animali, i tacchini. Per ringraziare delle dritte, l’anno dopo vennero invitati a cena. The rest is history, dicono qui senza amarezze. L’ironia non la devo stare a spiegare, che poi sappiamo tutti come sia andato a finire. Quindi, mentre nel resto del mondo si lavorava, qui si faceva strage di tacchini, li si riempiva di pane e verdure e li si metteva in forno per ore e ore. E si pensava alle cose di cui si dovrebbe essere grati. Ecco la mia lista da emigrante: La focaccia ligure Skype con la sua bella telecamera La musica di Tom Waits, M Ward, e di Vinicio Capossela e di Folco Orselli e di que...

Topi e Gaber

I cani stanno diventando matti. Fanno versi come se mi volessero dirmi qualcosa. Uno da una parte, uno dall’altra. Io ignoro, e mi gusto la mia bisteccazza pro colesterolo alto alla faccia dei miei valori, che sono da spread. Il vino è cileno stasera: Casillero del Diablo mi annuncia l’etichetta beige. Va bene, che aiutiamo l’America latina e facciamo anche la bella figura nei giri della Milano che conta. Asparagi. Come li mangiavo da piccola: lessati con olio e aceto da pucciare sull’orlo del piatto (Ikea). Il pane fa cagare. Sono a Becket da sola. Oddio, sola no: a parte i cani, c’è un topo morto nel bidone della pattumiera che non oso neanche guardare. L’altro topo, quello che galleggiava morto nella ciotola dell’acqua dei cani, me l’ha portato via il mio vicino Bill, che ieri sera al mio arrivo mi ha chiesto se potevo prestargli il rasoio per i capelli. Te lo regalo, ma tu mi togli il topazzo, gli dico con un senso di panico che lui non riesce a capire: stai scherzan...

Press play

Dunque si, la mamma se ne è partita, ancora una volta. Quando l’ho lasciata all’aeroporto, dopo l’ultima sigaretta fumata ormai senza fretta, mentre ascolto le ultime sue raccomandazioni, dopo aver fatto il check in, ormai era arrivata l’ora di incamminarmi verso il parcheggio e lasciarla lì, la mamma, su una poltrona di pelle nera dell’aeroporto, ad aspettare di entrare nel gate. L’ultimo giorno è sempre il più strano. Ci nascondiamo grossolanamente un pudore dettato dalla tristezza del distacco, l’ormai quasi familiare addio, i conti con una distanza che sembra meno grande ogni anno. Ci nascondiamo con un certo senso di colpa anche un’euforia di ritorno alla normalità: sua e mia, ovviamente. Il giorno della partenza ci sentiamo tutte e due come impacciate, quasi la stessa del giorno d’arrivo, impastati come si è di fuso orario e di voglia di raccontarci tutto e niente. Oggi lei ritornerà a casa sua, riconquisterà i suoi spazi, riprenderà suoi ritmi, si fumerà una sigaretta in s...