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Showing posts from July, 2014

Sul parlare della guerra a Gaza con i miei amici ebrei

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Vivo negli Stati Uniti dal 1991, e in tutti questi anni ho conosciuto un sacco di persone con cui sono diventata amica, ma tra tutti quelli a cui sono più legata spiccano gli amici del liceo di Dan. Sono tutti maschi, che conosco da quando avevo diciannove anni e con cui ho condiviso tantissimo, tra fidanzate mollate, matrimoni, nascite di figli, separazioni, nottate in ospedale, o a casa a parlare di tutto. I nostri bambini giocano spesso insieme, e siamo tutti lì a dire: guarda la seconda generazione che ride e si vuole bene, e adesso che siamo un po’ vecchietti, a volte dobbiamo scacciare anche un inizio di magone.  Ad alcuni di loro sono rimasta più legata che ad altri, ma c’è sempre il tam tam di telefonate quando succede qualcosa di bello o di brutto, e tutti siamo sempre pronti a supportarci a vicenda. Dicevo a uno di loro l’altro giorno che quando penso al nostro gruppo, mi viene sempre in mente una fila di formiche, ognuna a fare le proprie cose, che va avanti i...

Con tutta la ginnastica agonistica

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Un po’ di settimane fa Dan arriva a casa con una specie di braccialetto che sembra il cinturino di un orologio. Dice che si chiama Fitbit e conta i passi che fai durante la giornata: se ne fai diecimila vibra per farti i complimenti, proprio come quando i cani scodinzolano. Lo voglio anch’io, subito. Cento dollari spesi benissimo, perché diciamocelo, perdere quei quattro chili in più non è difficile con il Fitbit. Se lo si picchietta due volte sulla parte più spessa, dove cioé ci dovrebbe essere il quadrante dell’orologio, vengono fuori delle lucine: se sono cinque vuol dire che sta per vibrare. Come scrive David Sedaris sul New Yorker della settimana scorsa, il Fitbit diventa presto un’ossessione: vivi in funzione della vibrazione alla fine della giornata e se non la raggiungi ci rimani malissimo. Dice Sedaris di aver aumentato la quantità di passi a tal punto che adesso cammina tipo sette ore al giorno, solo per sentire quella piccola scossa alla sera. Lo capisco perfe...

Sette a uno tutta la vita

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A calcio, sette a uno non è una sconfitta: è un’umiliazione che rimarrà scolpita nella storia dei mondiali di calcio per sempre. E poi a casa loro. Le parole dei giornalisti, di chi analizza e commenta, immagino, si sprecheranno per descrivere quello a cui milioni di persone hanno assistito, aspettando frenetici il novantesimo per smettere di soffrire. Io, che di calcio so solo che due squadre si tirano un pallone che deve andare in porta, penso invece a come ci si deve sentire, nella vita reale, quando si perde sette a uno. Il problema, in questo caso, è quell’uno, perché rappresenta un tentativo di ribellione, un non darsi per vinti, un chiaro segno di rivincita, seppur minima. Questo succede, immagino, quando si è talmente convinti di essere dalla parte della ragione che anche quando è chiaro che non si vincerà, si continua a sperare. Un mio amico dice che pecco sempre di ottimismo, e che vedo il bicchiere pieno anche quando dentro non c’è che una goccia. Cosa, de...