Il generale Custer, il tacchino e Tom Waits
Come ogni terzo giovedì di novembre, nella vastità degli Stati Uniti dell’America le famiglie statunitensi comprano un tacchino grande come un bambino di tre mesi, fanno il puré, i fagiolini, il ripieno da mettere nel petto ormai vuoto del tacchino innocente e disgraziato, un’insalata. Aprono un paio di bottiglie di vino (californiane, francesi, italiane: lì dipende dalla famiglia), si siedono attorno a una tavola imbandita che neanche a Natale, e mangiano, ignari (pare) del fatto che il motivo per cui sono tutti insieme è perché il primo anno che gli europei (inglesi, credo) arrivarono su queste coste, scoprirono che faceva un freddo della madonna e in molti morirono, così il secondo anno i nativi, con le loro belle piume (cit.), dissero: “venite a cena da noi? Abbiamo delle coperte e abbiamo fatto il tacchino!”; loro accettarono e si salvarono dal freddo e dalla fame. Poi l’anno dopo li estinsero, gli inglesi divennero americani e la storia cambiò completamente. Q...