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Showing posts from November, 2014

Il generale Custer, il tacchino e Tom Waits

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Come ogni terzo giovedì di novembre, nella vastità degli Stati Uniti dell’America le famiglie statunitensi comprano un tacchino grande come un bambino di tre mesi, fanno il puré, i fagiolini, il ripieno da mettere nel petto ormai vuoto del tacchino innocente e disgraziato, un’insalata.  Aprono un paio di bottiglie di vino (californiane, francesi, italiane: lì dipende dalla famiglia), si siedono attorno a una tavola imbandita che neanche a Natale, e mangiano, ignari (pare) del fatto che il motivo per cui sono tutti insieme è perché il primo anno che gli europei (inglesi, credo) arrivarono su queste coste, scoprirono che faceva un freddo della madonna e in molti morirono, così il secondo anno i nativi, con le loro belle piume (cit.), dissero: “venite a cena da noi? Abbiamo delle coperte e abbiamo fatto il tacchino!”; loro accettarono e si salvarono dal freddo e dalla fame. Poi l’anno dopo li estinsero, gli inglesi divennero americani e la storia cambiò completamente. Q...

Sulla volta che il parrucchiere mi ha toccato le tette

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Ogni donna ha una storia di abuso o di violenza: c’è chi racconta che le hanno palpato il sedere in metropolitana, chi è stata umiliata verbalmente, chi si è trovata in situazioni che l’hanno spaventata, cambiata, fatta sentire addirittura in colpa. La violenza contro le donne non vuol solo dire un occhio nero o uno stupro. A volte basta molto meno. Io di storie del genere ne ho due o tre, ma la prima è quella che più mi ha segnato. Avevo undici anni, ero a casa con i miei genitori, ma toccava me andare a portare fuori Druscia, il cane dei miei zii che non erano a Milano. Le ho messo il guinzaglio, ho preso l’ ascensore, sono uscita dal portone e ho fatto il giro della casa tranquillamente.  Al ritorno, faccio per suonare il citofono, ma il parrucchiere sotto casa, che conoscevo da sempre, lo aveva già aperto con la sua chiave. L’ho salutato e siamo entrati insieme. Sono andata a prendere l’ascensore e mi sono accorta che lui mi seguiva. Mentre aspettavamo che l’a...

I primi tredici anni di Oscar

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Mi metto comoda sul divano e lui si siede per terra di fianco a me, dopo essersi arrotolato su se stesso per cinque minuti. Ci mette un po’ a trovare la posizione, ma alla fine ce la fa. È il momento esatto in cui mi accorgo di aver dimenticato gli occhiali, o il cellulare. Mi rialzo e vado in cucina, e lui fa lo stesso: a fatica si rialza dalla sua posizione trovata e mi segue fino alla cucina, che saranno al massimo otttanta metri: gli occhiali li trovo subito, rifaccio gli ottanta metri e mi risiedo. e lui mimica: dalla cucina fa marcia indietro e cerca ancora la posizione ideale ai piedi del divano. Si arrotola sbattendo i suoi quattro gomiti sul parquet, con un tac che rimbalza nel silenzio della sala. Abbiamo adottato Oscar tredici anni fa. Io volevo un cane dal 1980, e cioé da quando morì Maya, la boxerina che ottenni a botte di letterine melodrammatiche sotto il cuscino dei mie genitori, e che a quattro anni morì di tumore alla pelle, che le aveva mangiato metà della f...

Il sabato del villaggio a noi fa solletico

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Domani arrivano le sorelle.  Non è mai successo che tutta la mia famiglia, le mie tre sorelle e mia madre, venissero insieme qui negli Stati Uniti a trovare me e la mia altra famiglia, quella con Dan e Luca, Sofia, Emma e i cani. Lo avevo proposto così, quasi per scherzare, quest’estate, e ci sono stati molti momenti di incertezza: Renata deve lavorare, Anna anche e in più ha due adolescenti, Serena ha appena iniziato un nuovo lavoro. Insomma, sembrava che non se ne sarebbe fatto niente fino alla fine. E poi, d’un tratto, hanno tutte preso il biglietto e domani arrivano. Mia mamma invece è arrivata la settimana scorsa. Poi ripartono tutte e quattro venerdì prossimo. Una settimana insieme non succedeva dai tempi in cui abitavamo tutte in via Sismondi, con la mamma che lavorava in Rai, Serena alle elementari, Renata all’università, Anna in giro per Milano ad aiutare sfigati di vario tipo e io tra università, lavoro e teatro. Allora era scontato che noi cinq...

Luca e brother Stevie Wonder

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Diciott'anni sono pochi per promettersi il futuro, diceva Venditti. Oggi Luca compie diciotto anni, e con lui una vita, la mia, inaspettata, piena di emozioni fortissime, che riempiono tutta la gamma dalla gioia assoluta alla disperazione più scura. Quando iniziai la mia campagna per avere un figlio, Dan non era molto convinto, ma poi invece, siccome nel fare un figlio c’è anche da divertirsi, anche lui, diciamo così, partecipò con entusiasmo al ‘progetto’. Eppure, malgrado i diversi tentativi, non riuscivo a rimanere incinta: mesi e mesi ad aspettare che quella maledetta lineetta del test di gravidanza si duplicasse. E tra tutte le cellule che avrebbero dovuto cominciare a moltiplicarsi altrettanto velocemente, il mio corpo scelse quella che sarebbe poi diventata Luca. Ogni tanto penso alla casualità di come siamo fatti tutti: come fa il corpo femminile a scegliere quale tra tutti gli spermatozoi, accogliere e trasformare proprio quello lì in essere umano? Il mio, di...

Obama scrive a Emma (e non viene a cena)

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Ieri sera la posta l’ha portata in casa Sofia. Tra le varie pubblicità e cataloghi, c’era una busta di quelle grosse da documenti che non si possono piegare indirizzata a Emma. Il mittente era presdent Barak Obama, White House, Washington. Ho subito pensato: cos’ha combinato questa volta? Quando torna da scuola la metto al torchio.  Ma poi mi è venuto in mente che un paio di mesi fa, mentre io stavo facendo le crepes, mi ha chiesto: “Mamma, qual è l’indirzzo di Obama?” “Io non lo so”, le ho detto, “ma se scrivi Casa Bianca secondo me arriva. È un nome poco comune, Obama: non si possono sbagliare!” Gli ha scritto, con la sua grafìa ancora incerta, un po’ storta e con lo spelling che lascia a desiderare (ha 8 anni, cosa pretendo!) che abita a Cambridge e che la Morse, la sua scuola, è alla fine della strada. Gli ha anche detto che la sua mamma, che sarei io, è italiana e fa delle buonissime crepes, quindi se passa da queste parti, dovrebbe venire a cena da noi, sem...