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Showing posts from June, 2015

La Stazione Centrale: un racconto di mio papà

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Dopo aver letto quello che sta succedendo in Centrale a Milano, mi è venuto in mente di condividere questo racconto scritto nel 1972 ma ancora molto attuale. La Stazione Centrale A proposito di questa sigla che parla di treni, oggi vi voglio parlare della Stazione Centrale di Milano che è una delle cose più orrende mai concepite e realizzate dall’uomo. Eppure di cose brutte ne esistono. Beh, la Stazione Centrale di Milano ha un suo pregio: quello di essere nettamente più orrenda di tutte le altre stazioni del mondo. Ha una faccia brutta, sporca, lugubre, una faccia che mette tristezza, ma non quelle tristezze di maniera, come quelle dei poeti per esempio che sono sempre tristi per questioni d’ufficio, nel senso che fanno un mestiere che non dà molte soddisfazioni e allora uno che fa il poeta deve per forza essere triste. No, quella della stazione di Milano è una tristezza autentica, tipo quella di chi non sa dove andare a dormire e ha addosso un freddo cane...

Twenty two

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Che poi ci eravamo già sposati l’ottobre prima, il 26 per la precisione, nel tardo pomeriggio e cioé appena tornati a casa, sia io che lui, dai nostri corsi universitari. Questo matrimonio però era diverso: prima di tutto avevamo, oltre ai testimoni, anche degli ospiti. Poi c’erano mia madre, le sorelle, i genitori di Dan, la sua, di sorella. Erano stati mandati bigliettini d’invito. Robe così.  Insomma, un matrimonio vero. Avevamo deciso di sposarci a Stadera, un paesino di trenta anime sulle colline piacentine, dove la mia famiglia, dal 1974, va ogni volta che può. Ovviamente lì non c’è l'ufficio del Comune, per cui, malgrado Dan sia ebreo, l’unica era sposarsi in chiesa.  La stessa chiesa di don Dino, a cui potevamo accedere da una porticina alla fine del corridoio della Canonica che quando eravamo piccoli affittavamo. Don Dino, adesso che sono grande l’ho capito, era quasi sempre ubriaco, e ci faceva suonare le campane dicendoci di aggrapparci ai cordo...

Storie di vita di una ventenne

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Aspettavo di incontrare J (che sta per Julia, ma solo sua mamma la chiama così), la nostra vicina ventidueenne che di mestiere fa la meccanica di motociclette vintage (l’unica a Boston, pare) e che è piena di tatuaggi, per chiederle dove poter andare a farmi il mio. J non abita neanche più qui, in Prince street, ma passa quasi tutte le sere. Qui ci abitano i suoi genitori, che sono persone straordinarie, sempre pronte a far due chiacchierare, anche veloci. Di quelli che quando ti vedono, attraversano la strada per un abbraccio. Sono circondati sempre da amici, tutti che sembrano usciti da una riunione con gli Weather Underground: ex sesantottini, con le barbe ormai bianche, ma ancora con quel luccichio negli occhi che non riescono a nascondere. Micheal, il papà, che di mestiere fa il chimico, ha una trentina di motociclette, tutte vintage, alcune che si è costruito lui con suo fratello. Di origine libanese, ha una camminata lenta ma sicura, che sai che ti prot...