Quattro anni senza
Non sono mai stata brava a lasciar morire le persone a cui voglio bene. Non ce la faccio a dire che è arrivato il momento di lasciarli andare via. E forse che ne so, non è neanche necessario farlo, questo sforzo di tirare avanti senza niente di loro. Ma ci sono delle morti più difficili delle altre, e hanno a che fare, tanto per cambiare, con quella di mio padre. Era giovanissimo quando è morto, e non aveva certo pensato a cosa lasciare a noi in caso gli fosse venuto un ictus in ufficio, anche perché quello che aveva in più lo spendeva in scommesse o in altre frivolezze del genere. Ma aveva costruito attorno a sé un mondo molto particolare, fatto di tanti tipi di persone, soprattutto maschi, che aveva racimolato durante i suoi pochissimi anni di vita: c’erano “quelli della Rai”, “quelli del bar”, “quelli dell’ippodromo”, “quelli dell’infanzia”, “quelli di Magazine”. Sono come diverse cellule che insieme creano un tessuto grande abbastanza da farci un bellissimo ...