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Showing posts from October, 2012

Meglio Sandy

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Erano settimane che aspettavamo il ventisei ottobre per festeggiare i nostri vent’anni di matrimonio che non ci credo ancora adesso che quel sant’uomo sia ancora con me e con tutte le mie rotture di coglioni. Abbiamo chiesto a Maria, la terapista di Luca che mia sorella Anna dice altro che santa Rita, di stare coi ragazzi per il finesettimana: io, Dan e i cani ce ne siamo andati nella nostra casetta di Becket tutta bella di legno tipo chalet con la stufa a legna, il fiumiciattolo che scorre vicino all’amaca, il bosco e il laghetto contornato da alberi coperti di foglie rosse, gialle, arancioni che si specchiano nell’acqua. Insomma, silenzio e quiete. In macchina già Dan mi parla in continuazione di questo enorme uragano che sarebbe arrivato lunedì e che avrebbe distrutto il nord est degli States. Sembrava allarmato, ma relativamente, come di solito quando ci sono queste cose. Aveva già letto un centinaio di articoli allarmanti, aveva studiato cartine coperte di rosso (d...

Per fortuna c'è Obama

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Obama ieri sera mi ha dato le sue belle soddisfazioni. La giornata era iniziata per me alle cinque del mattino, che (non lo sapevo) è ancora buio pesto. Ero incazzata perché la sera prima mi avevano fatto l’Iphone in pizzeria, e non riuscivo a dormire, e comunque mi sarei dovuta alzare all'alba per portare Emma, la mia numero tre di anni cinque, all’ospedale per una risonanza magnetica alla spalla, rovinata dalla nascita dall’infermiera di Brooklyn che tirandola fuori da me le ha danneggiato dei nervi. A dicembre l’operazione. La causa, invece, l’abbiamo vinta noi. Mi sveglio, nel silenzio della casa immersa nel torpore della seminotte, e mi faccio un caffé. Metto su pantaloni e maglietta, sveglio Emma che apre gli occhi e mi fa: ”Vorrei sapere più cose su Cristoforo Colombo. Ma lo sai che voleva andare in India?” Bene, mi sembra bella gasata, mi dico. Le annuncio che avremmo preso un taxi, che per lei è meglio della giostra. Fresche come una rosa usciamo di casa e i...

185 Ocean Avenue, Brooklyn, NY

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  Sono cinque anni che Dan non mette piede a Brooklyn. Da quella volta che diede fuori di matto prima di traslocare qui, a Cambrdige. Ci eravamo trasferiti a Brooklyn da Boston da due anni, e ci sentivamo finalmente economicamente solidi abbastanza da pensare di comprar casa. Ne andammo a vedere duemila, tutte nelle zone meno abbienti, dove però ci sono le famose brownstones, case di mattoni su tre piani, tipo film di Spike Lee, per intenderci. Molte avevano ancora tutti i dettagli di legno intarsiato del secolo scorso, scalinate di marmo che proponevano delle curve morbide, un parquet anche lui intarsiato, finestroni, camino in ogni camera da letto e nel salone, enorme. Al primo piano c’era spesso una porta che portava a un giardinetto, che per una città come New York è oramai un lusso quasi innominabile. Le zone (Bed-Stuy, Clinton Hill, Stuyvesant Heights) erano poverissime, i palazzi scheletri abbandonati con ancora attaccati i rimasugli di tempi di gloria; gli a...