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Showing posts from May, 2014

Tutta colpa di Lola

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La mia è una zona residenziale, fatta per la maggior parte di casette di legno, spesso divise in due appartamenti. Hanno tutte un giardinetto davanti, che termina dove inizia il marciapiede, spesso di mattoni. Le case sono colorate di giallo, di blu, di rosso e sono gereralmente ben mantenute. Le vie sono strette, quasi tutte a senso unico. La maggior parte della gente che abita nella mia zona lavora nel campo universitario, fa l'artista, il ricercatore, il medico. Gente che ha studiato, insomma. Molti sono sulla quarantina, con figli piccoli e la babysitter generalmente caraibica che spinge il passeggino di Junior al Dana Park, uno dei parchetti della zona. Malgrado la tranquillità della mia zona, a soli dieci minuti a piedi si arriva a Central square, che è una delle zone nevralgiche della città, esattamente fra Harvard square e Kendall square, dove ci sono le sedi dei maggiori laboratori di ricerca e siti web del mondo, e il MIT.  Data la tranquillità, il giardino davan...

Uno premette anche (però cazzo!)

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Premetto che anche nella mia famiglia ci sono state delle frasi storiche, dette senza pensare, e che se raccontate dalla parte di chi le dice, se ne coglie, invece dell’offesa, solo l’ironia. Due esempi mi vengono in mente: il primo è la frase che mio nonno Franco, rinomato burbero, disse a un collega di mio padre. I due amici erano in sala a casa nostra, e mio nonno era lì con loro. L’amico di mio padre, che mio nonno non aveva mai visto, raccontava di come era stato fregato non so bene come, e il Moretti, senza essere ovviamente interpellato, disse: “Certo, con quella faccia da pirla che ha, non ci vuole molto a fregarla”.  Il secondo esempio viene invece da mia zia Milena, che in famiglia è conosciuta come quella ‘senza filtro’. Era a trovare la mamma di un mio compagno delle elementari, in lutto perché qualche giorno prima il marito si era suicidato, defenestrandosi. Mia zia, che voleva dire qualcosa per rincuorarla, disse: “Che tragedia, roba da buttarsi giù dalla fines...

Lo stile dell'oca

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Facendo due conti, direi che sono ormai trent’anni che sono adulta, e i questi trent’anni ho imparato un sacco di cose, tipo: fare il bucato, fumare, andare in banca, mollare i morosi loffi, viaggiare da sola, guidare, allattare, fare le divisioni con due cifre, tenere i segreti, parcheggiare. Una cosa non ho ancora imparato, che credo sia invece essenziale, ed è quella di essere diretta, senza il timore di sembrare stronza. Io dico sempre di si, perché dire di no mi par di fare un torto a chi mi chiede qualcosa; poi cerco sempre di essere accondiscendente, di evitare a tutti i costi tensioni e litigate, o situazioni difficili che possano potenzialmente trasformarsi in cattiverie. Le poche volte che lo faccio mi sudano le mani e mi sento tremare. E poi immediatamente in colpa. A dire il vero non mi sono mai impegnata più di tanto ad imparare ad essere diversa, perché in parte credo che sia anche una questione di stile. Ho sempre nutrito forti dubbi nei confronti delle persone ...

Lettera aperta a Dan, il giorno del suo compleanno

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Cambridge, 5 maggio 2014 Carissimo Dan, inizio subito con delle scuse, così poi possiamo tranquillamente passare ad altro.  Scusa per: -         non essere “the American girl” che sicuramente sognavi a dodici anni; -        non riuscire a trattenere ogni mio pensiero, positivo o negativo che sia; -        averti detto che hai bisogno di un nuovo paio di scarpe; -        non farti dormire la notte perché ti do preoccupazioni; -        lamentarmi che mangi troppa carne rossa e troppa poca verdura; -        venire a letto ore dopo di te, svegliandoti con la luce dell’abat jour; -        dirti che sei disordinato (anche se è vero); -        avere insistito per andare a vivere insieme, sposarci, fare Luca, Sofi...

L'orologio di Charlestown

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A settembre, quando il ritmo incalzante dei miei viaggi in Italia si è un po’ placato, ho deciso di affittare un piccolo ufficio, dove andare a scrivere e a stare tranquilla. L’ho trovato a Charlestown. Charlestown è una zona di Boston molto bella: sembra di entrare in un paesino della provincia inglese, con il porto, con le casette di mattoni, le porte laccate di vernice nera o rossa, i davanzali con i fiori, i marciapiedi di mattoni rossi, le stradine piccole, i pub agli angoli e le mamme stanche che spingono le loro carrozzine. È solo da pochi anni che questa zona è stata rivalutata, perché la sua reputazione dal punto di vista del crimine e della violenza non è sempre stata eccellente: era il posto da evitare se si voleva cercar casa per mettere su famiglia. È molto diversa da Cambridge, dove abito io, che invece è prevalentemente occupata da università prestigiose, tipo Harvard o il MIT e per questo è meno ‘working class’. Per arrivare al mio ufficio in macc...