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Showing posts from October, 2015

"L'amico ritrovato" (cit.)

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Quando andammo a vivere a Brooklyn, iscrivemmo Sofia all’ asilo alla fine della nostra strada che si chiamava Maple Street School, anche se la via si chiamava Lincoln Road. La scuola, piccola e molto carina, era diretta da una giovane mamma, Wendy, ma gestita dai genitori per cui ci si conosceva un po’ tutti e io e Dan diventammo molto amici di alcune delle famiglie coinvolte. Tra loro c’era una coppia di medici tedeschi, Jacqueline e Stefan, e con loro passammo molto tempo insieme, più che altro a bere delle gran bocce di rosso, a fumare e a chiacchierare nella loro casa stupenda in un quartiere non lontano dal nostro. Tutti e due molto affascinanti, ma lui di più. Maggiore di sei fratelli, ha passato parte della sua infanzia in Turchia, perché un giorno il padre decise di licenziarsi dalla scuola in cui era preside e trasferì tutti a Istanbul. Di mestiere Stefan fa il primario del pronto soccorso del più grande ospedale di Brooklyn e ne vede di tutti i color...

Dica trentatré

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Trentatré è il numero che si dice al dottore quando ti ascolta i polmoni e il cuore. Un numero importante, che fa ballare dentro di noi dei sussulti che si possono ascoltare, o meglio auscultare. Trentatré segna anche la fine, oserei dire piuttosto cruenta, del primo hippie della storia, che ha influenzato tutto il pianeta, anche chi, come me, nutre seri dubbi sulla storia del figlio di Dio. Trentatré sono anche i trentini che entrarono a Trento (da dove arrivavano non ce l'hanno mai detto) a far cosa non si è mai capito. E trentatré sono gli anni passati, tutti quanti, giorno per giorno, ora per ora, senza il mio papà. Senza poterlo chiamare, senza poterlo invitare a cena, senza poterci parlare o litigare o confrontare. Domani sono 33 anni che è morto mio padre. Una vita. Uno pensa che il tempo abbia in sé il potere di riempire la voragine del vuoto dentro, ma invece non fa che smussare gli angoli, non fa che rendere la lama un po’ meno affilata, cos...

Io li sento. E voi?

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Da qualche tempo collaboro con pernoiautistici.com un sito ideato e gestito da Gianluca Nicoletti, e così ho ripreso a scrivere di Luca e di autismo e a riflettere, più in generale, sul ruolo della neurodiversità nella nostra società. Anzi, sulla diversità culturale in genere. Perché la parola neurodiversità in realtà vuol dire poco: siamo tutti neurodiversi, ma rientriamo in un grande spettro di diversità che accettiamo come normalità: oltre quello si è diversi, che in questo caso vuol dire disabili. O froci. O negri. O puttane. O poveracci. Dietro ogni minoranza esistono delle forti correnti culturali di appartenenza che, anche grazie all’Internet, ribadiscono al mondo la propria esistenza, la difendono a piede tratto e che cercano di divulgare un’idea che alla fine è sempre la stessa: esistiamo, e non vogliamo essere come voi; vi chiediamo semplicemente di vederci come esseri umani e di aprire la mente all’idea che non siamo tutti uguali. Scopro movimenti cultu...

Sull'ultimo video di Jovanotti

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Un fotomodello triste fa pipì nel bagno di un benzinaio.  Scrolla, si avvicina al lavandino e comincia a tirare dei pugni sul muro.  Si aggiusta i capelli, esce (senza essersi lavato le mani), si compra un paccheto di sigarette.  Alla pompa un pick up truck che grida America! con dentro un bambino lo aspettano.  Sulle ginocchia, il bimbo ha un secchiello di plastica blu coperto dal suo bel tappo giallo. È triste.  Guarda il modello (suo papà) che esce dal negozietto.  Il modello (suo papà) guarda lui con un’espressione di dolore. Tipo Mezzogiorno di Fuoco, per dire. Inizia la musica. Seconda scena: il nostro Lorenzo, vestito di rosso, suona la chitarra fuori da un motel che grida America!, poi lo si vede seduto sul letto (del motel, immagino): pantaloni a sigaretta, stivali da cowboy di pelle nera e di pelle di serpente disgraziato, tatuaggi bene in vista grazie anche alla canottiera bianca, che in America viene chiama...